Il SATOR sulla campana
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| SATOR
AREPO TENET
OPERA ROTAS formano come si vede dalla foto, un quadrato
di 25 caselle; possono essere lette anche da sinistra; le parole TENET
formano un croce; collegate con una linea le A e le O con la N
raffigurano una croce triangolata; tracciando
un cerchio con raggio N-A
oppure N-O, si forma la croix pattée
adottata dai Templari. È solo una curiosa combinazione. |
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Paracelso
medico naturalista filosofo,
ci realizzò un talismano erotico; impresso sul cuoio, scritto su una
piccola pergamena, lo portavano pellegrini e guerrieri come amuleto
contro ogni avversità, per allontanare i pericoli; disegnato su un
pezzo di tela grezza e appoggiato sul pancione della donna durante il
travaglio del parto, facilita l’evento, ecc.
Con questa funzione di condensatore di energia
positiva e rigenerante il SATOR ha scavalcato i secoli arricchendosi di
significati altri. La traduzione delle cinque parole, proposta dalla
Pagliari, è la seguente: il
seminatore le opere tiene, l’Aeropago la ruota. Specificando
meglio: il seminatore tiene le opere; l’Aeropago (Dio tiene)
la ruota (del Destino, della Fortuna). Si può semplificare il
concetto con il detto popolare di palpitante attualità, L’Uomo propone, ma è Dio che dispone. Esalta l’Essere
supremo regolatore e ordinatore di tutte le cose.
Se questo potrebbe essere il significato allora dov’è
il mistero, il segreto nascosto che avvolge da secoli il quadrato? Forse, a noi sfuggono sensibilità
ormai perdute con
l’accavallarsi incessante delle generazioni, non siamo più in
sintonia con la Natura, il Cosmo e quant’altro.
Un luogo magnetico. Su
uno spazio sacro piceno, poi romano, ricco di acque perenni, fortificato
nel Medioevo, sorge l’antichissima pieve
di S.Maria de Flexie su una collina del torrente Riobono,
in località Torre Cecchina, di Fabriano (AN), nel trivio di strade
preromane che collegano l’Agro sentinate col Piceno ed i valichi
appenninici umbro marchigiani. Il primo documento risale al 1160.
Parrocchia fino al Quattrocento, conservò per secoli il titolo di pieve.
Per un certo periodo avrebbe ospitato una comunità di templari per
l’ausilio a viandanti e pellegrini. Nelle carte antiche è citata come
Fressia, Frezza, Frissia, Flìscane col significato di “svolta di
una strada”, più probabile, “deviazione dalla strada principale”.
In questo caso, dal diverticolo della Via
Flaminia. Ebbe ampi poteri su un vasto territorio ancor prima della
nascita delle ville di Marischio e Melano, dei castelli di Filello, di
Collalto, della Bastia.
Il SATOR
sulla campana (oggi custodita altrove), di S.Maria
de Flexie, fu inciso in bassorilievo su una superficie rettangolare
anziché quadrata, orientato verso Levante, Gerusalemme. Per gli
appassionati del simbolismo dei numeri, diremo che il rapporto tra i
lati genera il numero decimale periodico 0,77777… Un particolare degno
di nota: la prima e l’ultima “S” sono scritte chissà
perché, in senso contrario. Il pievano fece incidere il SATOR verosimilmente come amuleto di antica memoria. Lo conferma, la
dichiarazione di gratitudine a Dio riportata sullo stesso bronzo: Anno
domini MCCCCXII mentem santam spontaneam deo et patriae liberationem.
È improbabile e fuori tempo massimo dunque, il
collegamento della campana coi Templari*, come ipotizzano alcuni
studiosi, a meno che non sia rimasta negli anziani della valle la
memoria della loro presenza. Comunque sia andata, propongo un’altra
ipotesi. Sapendo che per le
edificazioni di chiese, cattedrali, abbazie, palazzi avevano
l’esclusiva i “mitici” Mastri comacini, questi sì, depositari di segreti sulle tecniche di
costruzione più antiche e di altro ancora, molto attivi nell’Italia
Centrale, allora, potrebbero essere loro i fabbricatori della campana?
È risaputo, la naturale religiosità della gente di
campagna accettava ogni tipo di protezione magico-sacrale. Durante la
stagione dei raccolti c’era, ma forse c’è ancora, l’abitudine –
addensandosi nuvole di piombo cariche di pioggia – suonare a distesa i
bronzi benedetti per “sciogliere” la grandine, indebolire la
piovuta, difendersi insomma dalla carestia. Una campana che aveva
oltretutto, il quadrato del sator,
emanava una potenza moltiplicata contro i devastanti temporali
dell’estate. È nato spontaneo e memorizzato da generazioni, il canto
propiziatorio in dialetto: Signore
fa che piôa senza viénto e senza grànnola e qué tampìri. Signore
Iddio fai piovere, senza però il vento forte e la grandine, e che non
faccia troppo caldo.
*Vedi
www.fabrianostorica.it.